n_iglia (niglia91) wrote,
n_iglia
niglia91

Drabble Event | We Are Out For Prompt

Fill #01
Titolo:
Dopo il caos, la quiete
Categoria: Inuyasha
Personaggi:​ ​Kagome/Inuyasha
Prompt: AU storica, Ferite di battaglia.
Parole: 1560
Note: AU, AH. Supponendo che "AU storica" significasse trasportare i due personaggi in un ambiente più realistico, ho mantenuto l'epoca Sengoku (conosciuta come 'periodo degli stati belligeranti') come punto di partenza e trasformato Inuyasha eKagome in due creature che avrebbero potuto incontrarsi facilmente in una simile situazione - una sacerdotessa (le infermiere da campo dell'epoca, se vogliamo) e un soldato.

Un’altra lunga giornata si avviava stancamente al suo termine. Le cicale lasciavano il posto ai grilli e l’azzurro del cielo andava via via tingendosi di rosa e arancio, e più in alto, dove la volta celeste era già più scura, si intravedevano le prime stelle.
Kagome aveva smesso di trovare conforto nella bellezza della natura – aveva visto già troppa morte e disperazione nella sua breve vita per potersi permettere di essere così disincantata. Le sue orecchie non potevano apprezzare il canto notturno dei grilli, perché erano colme dei lamenti dei feriti e dei pianti di chi si doleva dei morti; i suoi occhi non riuscivano ad ammirare la semplicità del tramonto, perché tutto ciò che vedeva era sangue; e l’odore dei fiori era a lungo dimenticato, perché tutto ciò che permeava l’aria era l’odore acre del fumo e quello, indescrivibile, dei cadaveri che bruciavano.
Si trascinò con rassegnazione tra le fila dei feriti, portando quel po’ di conforto che poteva, spendendo una parola o due con chi giaceva, da solo, su giacigli di fortuna, e aiutandoli a bere acqua – i soldati avrebbero preferito senza dubbio qualcosa di più forte, ma il sakè era meglio utilizzato nel disinfettare le ferite.
I suoi occhi saettavano da una parte all’altra alla ricerca di chi aveva bisogno di lei, e d’un tratto una voce si innalzò dall’oceano di lamenti.
«Miko», la chiamò a fatica.
Kagome si volse subito verso di lui, ma non lo trovò immediatamente: non si trovava vicino agli altri feriti, ma al bordo della radura, appena fuori dal villaggio, e lei lo udì quasi per caso. Giaceva sdraiato contro un albero, e malgrado la stranezza della cosa Kagome vi si avvicinò e si accucciò al suo fianco per impedirgli di sforzarsi troppo. «Dimmi, soldato», invitò gentilmente, osservando con un misto di sorpresa e ammirazione – come poteva rimanere indifferente a quella visione? – i lunghi capelli argentei del ragazzo, il cui sangue incrostato teneva incollati sulle tempie e ai lati del volto.
Lo vide deglutire, quel ragazzo che non poteva essere molto più grande di lei, e indicare con un cenno del capo la borraccia che lei teneva tra le mani. «Acqua, per favore», gracchiò.
Gliela porse, avvicinandogliela alle labbra e aiutandolo a bere a piccoli sorsi. Quando egli ebbe finito, tuttavia, Kagome si accorse che non desiderava andarsene. C’era qualcosa in lui, nella sua espressione, nei suoi occhi – non ne era certa, visto che le altre donne avevano appena iniziato ad accendere qualche torcia, ma avrebbe detto che fossero dorati – che la spingeva a rimanergli accanto.
«Non ti ho mai visto prima d’ora», sbottò prima di poterselo impedire. Subito però se ne pentì e piegò il capo in un breve inchino di scusa, maledicendo la propria curiosità. «Perdonami, soldato. Ho oltrepassato il mio limite.»
Fece per alzarsi e andarsene prima che Kaede-sama si accorgesse della sua indolenza e venisse a rimproverarla, ma prima che potesse fare un passo la mano del giovane si strinse intorno al suo polso, con una forza notevole in qualcuno che doveva faticare per mettere una parola appresso all’altra.
«Va tutto bene, miko», mormorò lui, dandole un delicato strattone per convincerla a tornargli accanto. «È bello parlare con qualcuno che non urla ordini o insulti.»
La sua indecisione non durò a lungo – la curiosità prevalse. Tornando ad accucciarsi presso di lui, Kagome piegò appena il capo di lato, dimostrando la sua disponibilità ad ascoltare. «La tua uniforme… Perdonami, soldato, ma il rosso non è colore dell’Est.»
Lui non esitò nello scuotere il capo. «No, infatti. È il colore dell’Ovest», rispose, confermando le ipotesi della sacerdotessa. Ma la sua mano la teneva ancora ferma, e andarsene le era impossibile – per cui rimase a sentire cos’altro aveva da dire. «Ma nella morte abbiamo tutti lo stesso colore, miko.»
Lo sguardo clinico di Kagome lo percorse da capo a piedi, e infine aggrottò la fronte. «Posso assicurarti che non stai morendo, soldato», disse piano, allungando d’istinto una mano a sfiorargli la guancia e spostargli i capelli sporchi dal viso. Una ruga le si formò tra le sopracciglia nel rendersi conto di quanto fosse rovente la sua pelle, e un palpito di preoccupazione si fece largo nel suo animo.
«Keh», sbuffò lui, piegando il capo per meglio godere della gentile carezza. «Forse non oggi. Ma domani, o il giorno dopo… Chi può dirlo. Se questa guerra non finisce stanotte, miko, non arriverò a vedere un’altra primavera.»
Rimasero in silenzio a lungo, e infine Kagome ritirò la mano e posò per terra la borraccia. «Permettimi di controllare le tue ferite, soldato», si offrì gentilmente. Quando vide che il giovane era pronto a rifiutare, sollevò una mano per farlo tacere. «Devo rendermi utile, o non avrò alcuna scusa per restare qui.»
Il brusco cenno del capo che le rivolse fu risposta sufficiente.
Passandogli un braccio intorno alle spalle lo aiutò a mettersi seduto, poi, con infinita delicatezza, gli slacciò la corazza e la depose da un lato. A questo punto si occupò di sfilargli l’haori color rosso sangue che gli avrebbe sicuramente procurato dei problemi non appena il sole fosse sorto un’altra volta, e quando la sua schiena fu nuda contro l’aria della notte Kagome si lasciò scappare un gemito.
Il soldato si irrigidì leggermente, ma non si mosse. «Perdonami, miko. Avrei dovuto avvertirti.»
Sentendosi in colpa per la sua reazione, la sacerdotessa gli posò una mano sulla spalla e strinse appena in segno di conforto. «Ho visto di peggio. Sono solo stanca», si giustificò.
Kagome non credeva di aver mentito – aveva visto cose piuttosto impressionanti sin da quando aveva iniziato ad assistere i soldati che ogni giorno riempivano le vie disabitate del loro villaggio in cerca di cibo e riparo – eppure adesso non riusciva a ricordare nulla che fosse altrettanto tremendo. La sua schiena era una rete di cicatrici delle più svariate nature – frustate, colpi di spada, pugnale, punte di freccia – e creavano sulla pelle diafana un intreccio a tratti scuri e a tratti perlaceo, laddove le cicatrici erano più vecchie, dando l’impressione che pulsassero in modo imperituro per un dolore fantasma.
Cercando di concentrarsi sul suo lavoro, Kagome bagnò il panno che teneva allacciato al cinto dei propri hakama e iniziò ad occuparsi delle ferite più fresche, riconoscibili per via del sangue raggrumatovisi intorno. Quando lo udì sibilare addolcì il tocco, e decise di cercare una qualche forma di distrazione.
«Mi chiamo Kagome», mormorò, tamponando con cura intorno a una ferita che pareva inferta da qualche animale feroce. «E ti posso giurare che non riporterò la tua presenza al campo, soldato.»
Non aveva dubbi infatti che avrebbero potuto imprigionarlo – o, peggio, ucciderlo. Probabilmente Kaede-sama gli avrebbe offerto asilo in ogni caso, ma Kagome non si fidava della compassione degli altri soldati presenti. Aveva visto nei loro occhi la brama di sangue e vendetta, di cui il suo attuale paziente era privo.
«Inuyasha», fece lui dopo un po’, ricambiandole il favore attraverso denti stretti. «E ti ringrazio, miko Kagome. Ma sarò sparito prima dell’alba.»
Il silenzio si insinuò nuovamente tra loro. Kagome non poteva contraddirlo – era saggio che avesse in programma di andarsene prima di venire riconosciuto, poiché nessuno tra coloro che occupavano il villaggio avrebbe avuto un briciolo di rimorso a uccidere un nemico disarmato e al di fuori del campo di battaglia – eppure l’idea che se volesse andare col favore delle tenebre, stanco e ferito, privo di cibo e in pieno territorio ostile la metteva stranamente a disagio.
Ma cosa poteva fare? Condivideva la sua capanna con Kaede-sama e altre due ragazze, non avrebbe avuto modo di nasconderlo in nessun caso. Inoltre, a chi avrebbe dovuto offrire il suo sostegno? Come sacerdotessa si supponeva che dovesse aiutare chiunque fosse in difficoltà, ma come abitante dell’Est… In teoria, lui era un nemico tanto suo quanto degli altri soldati. Sospirò, pregando silenziosamente affinché i Kami le mandassero una qualche risposta.
«Mh», gemette in quel momento il soldato – Inuyasha, si corresse mentalmente – e lei temette di avergli fatto male. Ma poi lui continuò, con aria pacifica e assonnata. «Hai un tocco così delicato, Kagome...»
La giovane arrossì. «Stai sognando, Inuyasha?» Gli chiese sottovoce, osando allungare una mano per passargliela tra i capelli. Avrebbe voluto vederli in tempo di pace, lunghi e puliti da ogni traccia di sangue, splendenti sotto al sole, ma avrebbe dovuto vivere probabilmente con quel desiderio.
Egli mugugnò qualcos’altro che Kagome non riuscì a udire, e comprese allora che il soldato si era effettivamente addormentato. Accennando un sorriso si apprestò a rivestirlo, lasciando da una parte la corazza e sistemandolo in una posizione più comoda: istintivamente, il capo di Inuyasha trovò la strada verso il suo grembo, e lì rimase con l’aria più serena del mondo.
Fu allora, mentre prendeva ad accarezzargli e scioglierli i capelli con movimenti morbidi delle dita, che Kagome prese la sua decisione: lo avrebbe nascosto. C’era una caverna in mezzo al bosco, non troppo lontano da lì, dove lo avrebbe rimesso in salute finché non fosse stato abbastanza forte da andarsene con la certezza di sopravvivere fino al rientro nel suo territorio. Si sarebbe assicurata che Inuyasha vedesse la prossima primavera, e ai Kami piacendo, anche molte altre dopo di quella.
Era una sacerdotessa: era suo compito. A guerra finita cose come Est e Ovest non avrebbero più avuto il medesimo significato, e fu cullando quel barlume di speranza che anche lei si arrese al sonno.



Fill #02
Titolo:
Suddenly, I bumped into you
Categoria: Frozen
Personaggi: Hans/Anna
Prompt: College!AU, Anna si è persa e si scontra con Hans
Parole: 803
Note: Nessuna

«Allora, la signorina Helga ha detto destra, destra, sinistra e ancora destra, lungo corridoio, e di nuovo sinistra. Ah, le scale! Mh, mi ha detto di scendere o salire? Sono quasi sicura che fosse scendere. Mh, ma mi sembra strano che l’aula di storia si trovi nel seminterrato…»
Hans aveva osservato la piccola ragazzina straniera sin da quando aveva varcato la soglia dell’edificio F, ascoltando divertito il suo borbottio sconfortato e studiando attentamente ogni piccola sfumatura del tono della sua voce e del rosso dei suoi capelli. A giudicare dal suo accento, doveva venire dal nord: probabilmente una studentessa appena trasferitasi per qualche scambio o ricerca per la tesi – in ogni caso non doveva trovarsi alla Southern I. University da molto se non aveva ancora memorizzato le varie aule.
Incrociò le braccia e inarcò un sopracciglio quando la vide tirare fuori da una borsa impossibilmente ampia – e, Dio mio, aveva davvero il portachiavi di un pupazzo di neve? – una specie di piantina spiegazzata che aveva senza dubbio visto giorni migliori. A quel punto decise che sarebbe stato da gentiluomo intervenire e salvare quella deliziosa damigella in difficoltà prima che diventasse ancor più cliché di quanto già non fosse.
Silenzioso, le arrivò alle spalle e si sgranchì la voce.
Lo strillo che le scappò lo fece sussultare, e mentre sbatteva le palpebre per riprendersi dallo shock lei si voltò in un turbinio di trecce, collanine e gonna verde smeraldo.
«Dio mio! Mi hai spaventato», esalò, mettendosi la mano libera sul cuore. Poi parve prendere davvero nota del suo aspetto perché arrossì – e il rosso delle guance faceva a pugni con quello dei capelli, ma esaltava le sue lentiggini e il verde dei suoi occhi e Hans la trovò adorabile – e a quel punto iniziò a balbettare. «Non nel senso che tu – tu – mi hai spaventato, il tuo apparire all’improvviso mi ha spaventato, tu non spaventi, sei bellissimo! Ah ah – aspetta, che?»
Hans si aprì in un sorriso che era tutto fascino e fossette, e Anna poté giurare che il cuore avesse smesso per dei lunghi istanti di batterle all’interno della cassa toracica.
Uao. Kristoff non mi ha mai fatto questo effetto.
«Scusami, non volevo… spaventarti», disse lui, ripetendo quell’ultima parola con un tono particolarmente insinuante che Dio mio sarebbe stato capace di rendere oscena la lettura dell’elenco telefonico. E quelle basette? Chi mai portava le basette all’alba del ventunesimo secolo? E perché nessuno le aveva mai detto di quanto potessero essere sexy se accarezzavano dei lineamenti rudi ed eleganti allo stesso tempo?
Anna non provò neppure a sgranchirsi la voce – sapeva che era una battaglia persa. «N-no, io… tu… Ah ah ah… Nah», concluse con tutta l’eloquenza di cui era capace.
Sorrise imbarazzata e scrollò le spalle. Tanto ormai, la brutta figura era andata. «Anna», disse, decidendo di rimanere breva e concisa e puntandosi un dito contro a scanso d’equivoci.
Lui se possibile sorrise ancora di più. «Hans», fece, imitando il suo stesso gesto. «Serve aiuto? Mi pare di capire che ti sei persa.»
«Oh, da cosa l’hai… oh… oh», concluse miseramente, mettendo da parte la piantina. «Beh, ma questo posto è enorme! Voglio dire, dai – da dove vengo io abbiamo un vecchio castello diroccato che è meno labirintico di questo campus, e te lo dico con certezza perché io e mia sorella ci andavamo sempre da piccole a giocarci, e non ci siamo mai perse, e dico mai! Beh, lei magari aveva più senso dell’orientamento di me, e ammetto che è probabile che io mi possa perdere dentro il mio armadio, ma comunque – questo posto èenorme», ripeté, enfatizzando ogni parola con ampi e significativi gesti delle braccia.
Hans ascoltò e annuì cortesemente a ogni parola, poi fece un passo avanti e fece scivolare un braccio sotto quello, privo del peso della borsa, della ragazza. Lei sussultò e tacque bruscamente, guardandolo di sotto in su dalle sue ciglia chiare in attesa di qualche spiegazione.
«Questo posto è enorme», citò lui semplicemente e privo di alcuna malizia, attirandola verso le scale che salivano al piano superiore. «E anche io devo andare nell’aula di storia. Più o meno. La mia aula è lì vicino. Ti ci porto, mh? Così non arrivi ancora più in ritardo… Ah e, Anna?»
Anna, che pendeva ormai dalle labbra del suo salvatore come se da esse ne dipendesse la sua intera vita – e forse era anche così – venne riportata rapidamente sulla terra dal suono del suo nome mormorato sensualmente da quella bocca. Oh, santo cielo. «Mh-mh?» Fu tutto ciò che riuscì a dire.
Hans annuì ancora come se quel monosillabo gli bastasse. «In cambio di questo salvataggio, mi piacerebbe avere il tuo numero di telefono.»
Lei annuì subito. «Così posso chiamarti se mi perdo ancora!» Esclamò, raggiante.
Con una risatina, Hans l’attirò un po’ più contro di sé. «Sì… anche



Fill #03
Titolo: A Selfish Gift
Categoria: The Vampire Diaries
Personaggi: Caroline/Rebekah
Prompt: “Mi hai comprato dei... Vibratori?”/ “Così la prossima volta che litigherai con mio fratello non verrai a consolarti, finendomi il gelato.”
Parole: 700
Note: Brotp, AU. Ogni riferimento a vibratori esistenti non è puramente casuale – esistono, esistono.

«Bekah. Ti ricordi quando ti avevo detto di non farmi regali senza una buona causa?»
«Mhmh. Natale del ’34. Se non sbaglio le tue esatte parole sono state, “È inopportuno regalare della biancheria commestibile alla compagna di tuo fratello, per favoreevita”.»
«…Sì. Esatto. Quindi, se te lo ricordi così bene, posso chiederti perché…?»
«Beh, cara, quella non è biancheria commestibile.»
«Non è quello il punto», sibilò l’altra. Passandosi una mano tra i capelli, Caroline sospirò rassegnata. «Bekah. Perché, in nome di tutto ciò che c’è di sacro al mondo, mi hai comprato dei vibratori?»
«Dio mio, Care. In momenti come questi salta fuori la piccola paesana che è in te», ribatté Rebekah con un teatrale roteare di occhi. «Come fai ad essere ancora così pudica dopo quasi cinquant’anni che stai insieme a mio fratello? Non credo che giochiate a Monopoli in camera da letto. Anzi, sono sicura che non giochiate a Monopoli, vi si sente urlare fin dall’altro lato della città.»
«Bekah», ringhiò l’altra vampira. «Non è questione di essere pudica. È questione che certe cose non si fanno. E in ogni caso – ne bastava uno! Non uno-di-ogni-tipo!»
«Scusami, cara, ma a me piace fare regali utili e io non conosco i tuoi gusti.»
«E in quale universo a me dovrebbe piacere questa specie di… di… testa-di-rinoceronte?»
Rebekah inarcò un sopracciglio e un sorriso sornione le si dipinse sulle labbra. «Ti devo davvero spiegare come funziona?» Domandò maliziosa.
Caroline non credeva che un vampiro potesse arrossire così tanto. «No! Posso vivere senza», borbottò, mettendolo da parte in fondo alla busta in mezzo agli altri e pregando che nessuno mai li trovasse. La sua mano ne sfiorò un altro, e vinta dalla curiosità – curiosità, era solo pura e semplice curiosità, non c’era neppure un briciolo di interesse, no, nisba, nada – spinse da una parte “Eva, il vibratore da usare senza mani” e tirò fuori un’altra confezione. «E questo? Sfere di Geisha…»
Rebekah saltò a sedere sul letto e allungò le gambe sui cuscini, osservando Caroline che studiava il contenuto della busta. «Oh, quelle sono piuttosto facili da utilizzare», disse subito, indicando le piccole sfere di metallo che l’altra si stava rigirando tra le mani per comprenderne l’utilizzo. «Sono le mie preferite! Basta che te le infili nella-»
«BEKAH!» Caroline la fissò con gli occhi sgranati, lasciando cadere le sfere sul materasso. «Per l’amor del Cielo, non voglio sapere che cosa ci fai tu!» Poi un pensiero improvviso le attraversò la mente, e la vampira impallidì. «Non… non sono – voglio dire, non sono le tue, vero?» Mormorò.
L’altra sbuffò. «Oh, per favore. Come se io volessi privarmi dei miei giocattoli per darli a te.» Caroline non fece in tempo a riflettere se quel pensiero la sollevasse o meno, perché già la cognata stava continuando con la sua tirata. «Hai idea di quanto ho speso in quel negozio? E da parte tua neppure un “grazie, Bekah, per aver pensato a me”!»
Incrociando le braccia sul petto, Caroline ribatté con: «Ecco, a proposito: perché hai pensato a me, Bekah?»
La risposta che le diede l’altra vampira la lasciò momentaneamente senza parole. «Perché si dà il caso che a me il gelato piaccia.»
«Mh… Cosa?»
«Il gelato, Caroline. Il gelato», ripeté, sventolandole una mano davanti al naso. «Ogni santa volta che tu e mio fratello litigate, e Dio solo sa quanto spesso questo accade, tu vieni a casa mia, ti piazzi sul mio divano, ti impossessi della mia scorta di gelato e rimani tutta la notte a mangiare e piangere e mangiare ancora fin quando non finisci ogni singola confezione che c’è in frigo. E per inciso, il fatto che tu non possa ingrassare non vuol dire che tu debba mangiare come un orso bruno a fine disgelo.»
Sconvolta e profondamente offesa – l’aveva sul serio paragonata a un orso bruno? – Caroline boccheggiò per una manciata buona di minuti senza sapere cosa dire. «Ma… ma questo cosa c’entra…» Mormorò alla fine, le braccia abbandonate sul proprio grembo.
«Credevo di esser stata chiara», sospirò Rebekah. «In questo modo, la prossima volta che litigherai con Nik non verrai da me a finirmi il gelato. Usa questi – vedrai, ti piaceranno», annuì convinta l’Originale.
Caroline non seppe che ribattere.



Fill #04
Titolo: A Different Point of View
Categoria: Tokyo Mew Mew
Personaggi: Kisshu/Ichigo
Prompt: Kisshu ama seguirla di nascosto
Parole: 1429
Note: Canon Universe, Introspettivo, Malinconico. Ichigo probabilmente è OOC.

Quando suona la sveglia delle sette meno un quarto lui è già fuori dalla sua finestra, ben celato nell’ombra del balcone e delle fronde dell’albero. I suoi vividi occhi dorati seguono avidamente ogni suo singolo movimento – dalla mano solitaria che sbuca da sotto le coperte, cerca a tentoni l’odiosa origine di quel rumore infernale, lo spegne con furia e ritorna nella sua tana. Rimane nascosta lì sotto per altri cinque minuti, finché un rumore esterno alla porta della sua camera, unita alla voce gentile di una donna, non la costringe ad abbandonare l’alcova per iniziare un’ennesima giornata.
Kisshu conosce a memoria la routine mattutina di Ichigo, eppure ogni giorno aspetta con trepidazione che la sua adorata nemica apra gli occhi e scivoli giù dal letto sbadigliando e borbottando. Una volta in piedi, si stiracchia voluttuosamente come il gatto che è, allungando le braccia sopra la testa e inarcando la schiena con un gemito in un movimento innocente e sensuale insieme, e lui è costretto a piantarsi gli artigli nei palmi delle mani e a mordersi le labbra per impedirsi di precipitarsi al suo fianco e avvolgerla tra le braccia, realizzando le fantasie che gli impediscono di avere sonni sereni da più tempo di quanto riesca a ricordare.
Non può farne a meno: Ichigo è una droga, un’ossessione, un desiderio costante che nutre la sua brama senza mai saziarla, che lo fa impazzire, che lo rende cattivo persino – e lui odia quando è costretto a farle da male, perché se c’è qualcosa che non riesce più a sopportare è la sua espressione ferita e i suoi occhi castani inondati di lacrime, rivolti verso di lui.
Non vuole renderla triste, non vuole farla soffrire – ma lei non gli permette mai di renderla felice.
Quando la ragazza si sposta in bagno, Kisshu le lascia la sua privacy. Ne approfitta per fare un giro di ricognizione intorno alla casa, controllando come al solito che non ci siano problemi – a grande fatica è riuscito a strappare a Pai la promessa che quel quartiere rimanesse sotto la sua giurisdizione, ma Pai ha accettato di malavoglia, e Kisshu preferisce non fidarsi ciecamente di lui – e, una volta accertatosi che tutto è tranquillo, torna a prendere posto fuori dalla sua finestra, assistendo alle fasi finali della sua preparazione.
Oh – oggi è un giorno fortunato! Ichigo si è dimenticata la sua divisa scolastica in camera, così rientra saltellando dal bagno, infilandosi le calze una alla volta senza fermarsi, e mostrandosi inconsapevolmente in biancheria intima – rosa e bianca – allo sguardo avido dell’alieno. Benché abbia memorizzato già altre volte ogni singolo dettaglio del suo corpo, i suoi occhi non resistono a un ripasso e si nutrono bramosi di ogni centimetro di pelle bianca, osservando la morbida linea dei piccoli seni sorretti da uno strano indumento con pizzi e fiocchi, la linea inarcata della schiena, le gambe lunghe e solide per i continui esercizi fisici imposti dai combattimenti – riesce persino a intravedere la voglia rossa che la cataloga come Mew Mew. La osserva ancora mentre si infila la camicia, poi la gonna, la giacca, e fa in fretta perché, come al solito, è già in ritardo: non riesce a dimezzare il tempo che trascorre sotto la doccia, e i suoi capelli sono ancora leggermente umidi quando se li raccoglie in due code ai lati della testa.
Mentre lei fa colazione Kisshu conta i minuti che ci impiega, volteggiando appena sopra il tetto della casa con aria vagamente annoiata. Sa già che dovrà inventarsi un modo per rendersi invisibile una volta arrivati alla sua scuola – è difficile passare inosservati davanti a migliaia di ragazzini che scorrazzano da tutte le parti – ma ce l’avrebbe fatta, lo faceva tutte le volte.
Si odia un po’ quando Ichigo sbuca correndo dalla porta di casa, e il cuore gli fa una capriola all’interno della cassa toracica. Accidenti, è davvero un cucciolo malato d’amore quando si tratta di lei – peccato che le circostanze non gli permettano di dimostrarglielo sul serio, dandogli quella chance che ora come ora gli è negata.
La segue silenziosamente rimanendo qualche metro indietro, facendo attenzione che la sua ombra non si proietti sul marciapiede denunciando la sua presenza. Ichigo oggi sembra di buonumore, forse per è qualcosa nel suo passo o nel modo in cui canticchia a mezza voce seguendo chissà quale musica stia uscendo dalle sue minuscole cuffie; e per un attimo, Kisshu è tentato di approfittarne e avvicinarla, magari scambiarci due parole, stuzzicarla un po’, ridere – ma il pensiero viene abbandonato ancora prima che si possa concludere, e con un sospiro rassegnato e una stretta al cuore si limita ad osservarla da lontano. Come sempre.
*~*~*~*~*
Ichigo sa che Kisshu la osserva in silenzio e la segue ovunque. Avverte la sua presenza, il peso dei suoi occhi che le bruciano la schiena – eppure non ha intenzione di dirglielo e rischiare di mandarlo via. Sa che quando fa così non ha cattive intenzioni, lo ha capito via via che quella storia andava avanti.
In un primo tempo, a metà tra la diffidenza e la preoccupazione, è stata tentata di dirlo a Ryan e Kyle – di dirgli che in qualche modo Kisshu riusciva a essere presente accanto a lei a tutte le ore della giornata senza che Masha rilevasse la sua presenza, la qual cosa era spaventosa di per sé, perché voleva dire che gli alieni avevano più assi nella manica di quanto loro potessero immaginare – ma alla fine, quando Kisshu tornava giorno dopo giorno e non accennava ad alzare un solo dito su di lei, neppure per parlarle o tormentarla com’era suo solito, Ichigo si era messa l’animo in pace e aveva deciso di non pensarci più.
Non lo ammetterebbe mai ad anima viva – ma in un certo senso è un’attenzione che le fa piacere. C’è l’aspetto rassicurante dell’intera faccenda – l’idea di avere una sorta dialieno custode sempre nelle vicinanze pronto ad intervenire qualora ce ne sia bisogno è fin troppo confortevole – e poi ce n’è un altro, quello più intimo e di cui si vergogna di più, quello per cui talvolta si “dimentica” l’uniforme in camera da letto ed è costretta a uscire dal bagno unicamente in biancheria intima.
Ichigo non si è mai sentita più bella e desiderata di quando ha scoperto che Kisshu l’osservava di nascosto, fuori dalla sua finestra, mentre lei si preparava per andare a letto o per andare a scuola. È una sensazione che non ha mai provato neppure con Masaya – gli vuole bene, certo, ma il ragazzo sembra indifferente a qualsiasi passione, a qualsiasi desiderio, e Kisshu invece è capace di farla rabbrividire anche solo se i loro sguardi si incrociano per sbaglio durante una battaglia.
La ragazza non sa se l’alieno è davvero sincero nei suoi sentimenti o se la desidera solo da un punto di vista fisico – come può saperlo? Non si sono mai fermati a parlare di ciò che provano, ogni volta che si vedono è un continuo flirtare svergognatamente da parte di lui e un furioso arrossire da parte di lei, celato da urla e deboli insulti e attacchi di potere che esauriscono le loro energie – e probabilmente non arriverà mai un momento in cui ci sarà abbastanza pace tra loro per permettere un simile chiarimento.
Ma una cosa l’ha realizzata: ormai si fida di lui. È un pensiero sbagliato, contorto, forse persino malato, ma ha capito che Kisshu è un combattente che ha onore, e da quando ha iniziato a seguirla ha avuto modo di esserle vicino nei momenti di maggior vulnerabilità, e mai, mai ha alzato un solo dito su di lei. Anche quando sono costretti a lottare, perché lui deve obbedire a degli ordini e lei ha una missione da compiere, lei sa che lui combatte trattenendosi, limitandosi il suo vero potenziale, facendo attenzione a non infliggerle mai un colpo letale o particolarmente doloroso.
Per cui non le costa niente permettergli di seguirla. Non gli ha mai fatto capire di saperlo – teme che, semmai dovesse confrontarlo al riguardo, Kisshu possa vergognarsene o pentirsene e sparire per poi tornare solo durante le battaglie, e l’idea le fa un po’ male – però, forse, un giorno potrebbe trovare il coraggio di voltarsi e salutarlo, con un sorriso, senza cattiveria, giusto per sottolineare che lei sa e non le dispiace.
Ma quel giorno non è oggi, e quando arriva a scuola e si unisce al gruppo delle sue amiche, è con enorme fatica che si trattiene dal girarsi per vedere dove l’alieno andrà a trascorrere le sei ore successive.
Si chiede se sarà lui a parlarle per primo, uno di quei giorni.
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